Selinunte service

Parco Archeologico






 













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Agli inizi del VI secolo i Selinuntini occupano la costa meridionale sino all'attuale Sciacca e nel 570 a.C.fondano alla foce del fiume Platani la sottocolonia di Minoa, nome messo in relazione con Minosse e la leggenda della sua spedizione e morte in Sicilia presso il re sicano Cocalo.
Il successivo tiranno fu Pitagora, anch'egli selinuntino, che viene spodestato con la forza da Eurileonte che a sua volta viene
massacrato sull'altare di Giove Agoraios dove aveva cercato inutilmente ditrovare sacro asilo.
Nel VI secolo la pianta dello stato selinuntino presentava un quadrilatero irregolare formato dagli assi Mazara - Sciacca a meridione e Salemi - Poggioreale a settentrione, comprendente una superficie topografica di Kmq. 1.750, con una popolazione di circa 200.000 abitanti (33.000, secondo il Beloch, quella cittadina). Si riscontrano nella vita di Selinunte di questo periodonumerosi personaggi illustri e famosi: Aristos seno, filosofo; Aristotile, oratore; Teleste, poeta; Acronte, scultore; Poliedo, pittore.

Anche Empedocle, una delle figure più luminose in cui si sia espresso il genio dei greci, lasciò la sua opera a Selinunte liberando la città dalla malaria e meritando per i lavori idraulici, eseguiti a sue Ricostruzione di Selinuntespese, onori quasi divini: una effigie nelle loro monete ed una edicola votiva a lui consacrata. Ma i colonizzatori greci di Selinunte non si limitarono in realtà ad impadronirsi della costa verso oriente, ma vollero aprirsi la strada anche verso occidente in direzione di Mazara e verso settentrione in direzione di Segesta, con la quale la rivalità divenne perciò inevitabile. Ed è dalla tensione esistente tra Selinunte e Segesta che ebbe inizio la lunga, dura guerra che culminò con la fine dell'ellenismo siciliota.
Pentatlo di Cnido, che si vantava di discendere da Eracle, giunto in Sicilia con il proposito di stanziarsi a Lilibeo (Marsala) verso il 580 a. C., trovò Selinuntini e Segestani in guerra; alleatosi con i primi, mori' in battaglia. La tradizione confluita nello storico Diodoro Siculo narra con impressionante realismo la distruzione di Selinunte ad opera dei Cartaginesi. hera
Caduta la città, i barbari mercenari saccheggiarono quanto c'era di valore nelle abitazioni: gli abitanti venivano rinchiusi e costretti a morire asfissiati, arsi vivi o schiacciati dal peso dei tetti e dei muri, oppure trascinati all'aperto e sgozzati senza pietà, senza portare alcun rispetto al sesso o all'età, compresi i ragazzi, i bambini, donne e vecchi. La tradizione confluita nello storico Diodoro Siculo narra con impressionante realismo la distruzione di Selinunte ad opera dei Cartaginesi.
Caduta la città, i barbari mercenari saccheggiarono quanto c'era di valore nelle abitazioni: gli abitanti venivano rinchiusi e costretti a morire asfissiati, arsi vivi o schiacciati dal peso dei tetti e dei muri, oppure trascinati all'aperto e sgozzati senza pietà, senza portare alcun rispetto al sesso o all'età, compresi i ragazzi, i bambini, donne e vecchi
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Inoltre mutilavano i cadaveri secondo l'uso del proprio paese. Non pochi ostentavano dei trofei di mani mozzate e legate insieme l'una all'altra; altri portavano in giro teste infilzate sopra le loro aste barbariche. Annibale, nipote di quell'Amilcare che era stato vinto ed ucciso da Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento nella grande battaglia di Imera del 480 a.C., fa risparmiare soltanto le madri che hanno trovato rifugio nei templi insieme con i figli. Solo a queste salva la vita e non già per sentimento di umanità, ma unicamente per tema che le donne, persa ogni speranza di salvezza, possano dar fuoco ai templi, e così togliere a lui ogni possibilità di saccheggiare i tesori ivi custoditi. Circa sedicimila vennero massacrati e più di cinquemila vennero condottti in schiavitù.
Fu altrettanto crudele a Imera, dove strappò ai soldati furibondi 3000 cittadini, per condurli sul luogo dove era stato ucciso suo nonno Amilcare, e farveli perire dopo atroci torture. Solo 2.600 cittadini selinuntini trovarono salvezza rifugiandosi ad Agrigento e Sciacca, dove vennero accolti ed assistiti con ogni cura. vasoUn calcolo delle tombe saccheggiate dai tombaroli negli anni Cinquanta di questo secolo fa ascendere ad oltre 100.000 il numero delle sepolture che si accorderebbe statisticamente con il dato riferitoci dal Diodoro Siculo (XIII - 57 - 8), secondo il quale nella città di Selinunte, al momento della sua distruzione nel 409 a.C., si contavano 23.000 cittadini a pieno diritto, ossia con le famiglie circa 85.000 persone; dai 6.000 a 9.000 meteci, ossia le famiglie circa 23.000 e 65.000 schiavi, con un totale di 173.000 abitanti. Inoltre mutilavano i cadaveri secondo l'uso del proprio paese. Non pochi ostentavano dei trofei di mani mozzate e legate insieme l'una all'altra; altri portavano in giro teste infilzate sopra le loro aste barbariche. Annibale, nipote di quell'Amilcare che era stato vinto ed ucciso da Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento nella grande battaglia di Imera del 480 a.C., fa risparmiare soltanto le madri che hanno trovato rifugio nei templi insieme con i figli. Solo a queste salva la vita e non già per sentimento di umanità, ma unicamente per tema che le donne, persa ogni speranza di salvezza, possano dar fuoco ai templi, e così togliere a lui ogni possibilità di saccheggiare i tesori ivi custoditi. Circa sedicimila vennero massacrati e più di cinquemila vennero condottti in schiavitù.
Fu altrettanto crudele a Imera, dove strappò ai soldati furibondi 3000 cittadini, per condurli sul luogo dove era stato ucciso suo nonno Amilcare, e farveli perire dopo atroci torture. Solo 2.600 cittadini selinuntini trovarono salvezza rifugiandosi ad Agrigento e Sciacca, dove vennero accolti ed assistiti con ogni cura. Un calcolo delle tombe saccheggiate dai tombaroli negli anni Cinquanta di questo secolo fa ascendere ad oltre 100.000 il numero delle sepolture che si accorderebbe statisticamente con il dato riferitoci dal Diodoro Siculo (XIII - 57 - 8), secondo il quale nella città di Selinunte, al momento della sua distruzione nel 409 a.C., si contavano 23.000 cittadini a pieno diritto, ossia con le famiglie circa 85.000 persone; dai 6.000 a 9.000 meteci, ossia le famiglie circa 23.000 e 65.000 schiavi, con un totale di 173.000 abitanti.
Famosa è rimasta la risposta che Annibale diede agli ambasciatori agrigentini che volevano trattare il riscatto dei prigionieri, il rispetto dei templi ed altre condizioni di pace. A questi ambasciatori rispose che i Selinuntini, non avendo saputo difendere la libertà ben meritavano di essere schiavi.
Gli dei, ormai nemici di Selinunte, ne avevano abbandonato i templi ed egli stesso si atteggiò a messo della loro vendetta.
Nel principio del VI secolo a.C. la città riconquistò la sua indipendenza, ma non riguadagnò mai la ricchezza e la forza politica di un tempo, vivendo ora sotto il controllo dei Siracusani, ora sotto l'epicrazia dei Cartaginesi.

Ermocrate, esule siracusano, occupò nel 407 a.C. la cittadella di Selinunte, alzò le mura e vi si fortificò con 6.000 tra Selinuntini ed Imeresi con l'intento di portare la guerra a Siracusa. Fallito il tentativo di Ermocrate di occupare di sorpresa la città di Siracusa, Selinunte tornò nell'area cartaginese. Dal 397 a.C. Selinunte rimase per 5 anni sotto Dionisio I, tiranno di Siracusa. Soggetta a Siracusa, ritorna per brevi momenti con Agatocle, uomo senza scrupoli morali, che nel 307 a.C., superatene le difese, entra vittorioso anche nella vicina Segesta e in uno sfogo di ira disumana abbandona alla strage, al saccheggio e all'incendio. Il tiranno è, inoltre, tristemente famoso per l'invenzione della tortura del “letto di Agatocle”, un piano di rame chiodato sul quale faceva legare e arrostire vivi i cittadini ricchi che rifiutavano di conferirgli i beni di famiglia.
Altre volte, li faceva scagliare in aria con le catapulte, l'artiglieria del tempo. I cittadini poveri vennero, invece, per ordine suo, scannati sulle rive del fiume Scamandro, oggi Gaggera; le donne e i bambini venduti a Bruzi di Calabria. Nel 276 a.C., Selinunte aderisce alla guerra di liberazione della Sicilia dal dominio cartaginese condotta da Pirro e terminata con l'ignominioso abbandono da parte di quest'ultimo. Nel 250 a.C. Selinunte subisce la definitiva distruzione ad opera dei Cartaginesi, che nd quadro della guerra contro i Romani decidono di abbandonare la città, dopo averla distrutta,trapiantandone gli abitanti a Lilibeo (Marsala), base principale cartaginese in Sicilia. Divenne romana al termine della prima guerra punica, nel 241 a.C. Una terra dunque molto antica quella selinuntina che testimonia come il percorso della civiltà umana si svolga secondo leggi eterne, immutabili nella sostanza anche se varie nella forma.
Ma come tutte le cose del mondo hanno un inizio, una vita più o meno luminosa ed una inevitabile fine. E solo osservando queste gandiose rovine, ora finalmente protette da un parco di 270 ettari, si può comprendere quel che si vuole esprimere quando si parla di quelle visioni archeologiche che ci conquistano con la loro straordinaria imponenza e ci invitano alla meditazione, pervasi da quel silenzio che ci infonde il senso inesorabile del passare del tempo, che è, poi, l'elemento costitutivo della suggestione dei complessi archeologici.